Inaugurato l’anno di Palermo capitale della cultura. ‘Un semu cuntenti.

Inaugurato l’anno di Palermo capitale della cultura. ‘Un semu cuntenti.

Si è svolta ieri mattina al Teatro Massimo la cerimonia che ha ufficializzato l’inizio dell’anno di Palermo come capitale italiana della cultura 2018. Presenti il presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, il ministro dei Beni e delle attività culturali del turismo, Dario Franceschini, il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. A fare gli onori di casa il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e l’assessore comunale alla cultura, Andrea Cusumano. Una kermesse che nel suo svolgersi è stata un preciso riflesso delle politiche culturali sinora portate avanti, sia da destra che da sinistra.
Tanta forma e poca sostanza, uno specchietto per le allodole progettato ad arte.
Perché Palermo sarà pur stata definita dal premier durante il suo discorso “orgoglio d’Italia” e l’anno che ha davanti verrà pur scandito da ben 780 eventi in un cartellone che condenserà la dimensione artistica, musicale e teatrale, ma di fatto nella normale quotidianità Palermo, che in ogni caso non vuol proprio essere l’orgoglio d’Italia, si manifesta come un condensato di emergenze sociali a cui le istituzioni non sembrano voler porre realmente rimedio. Emergenze e inadempienze che si toccano con mano, documentate e che trovano riscontro nei dati statistici. Emigrazione forzata, precarietà, disoccupazione, emergenza abitativa e assenza di servizi sociali fondamentali soprattutto nei quartieri maggiormente disagiati, traffico avvilente, immondizia che si accumula nelle strade, marcisce al sole e brucia nei cassonetti stracolmi.
Ma torniamo alla “Cultura”, parola chiave di questa giornata e di quest’ultimo periodo, un patrimonio cittadino artistico e culturale espresso unicamente secondo un modello stantio costruito su classici luoghi comuni che tendono a marginalizzare l’operato di chi si sottrae alle logiche di produzione modellate sulla necessità economica e il ricatto della commerciabilità. E dunque l’imperante “sindrome blockbuster” ampiamente documentata nei tanti super eventi in cerca di audience e specchio di una industria culturale sempre più industria e sempre meno cultura, sempre meno identità, in perfetta linea di coerenza con l’ultima medaglietta internazionale riconosciutaci dall’Unesco. Abiti costosissimi che riproducono la nostra cassata siciliana piuttosto che il carretto della nostra tradizione hanno sfilato, peraltro sotto gli occhi di pochi “degni”, in piazza Pretoria per il super evento di Dolce e Gabbana, panelle e arancine ben infiocchettate e incellophanate quasi al costo di ostriche e caviale trovano posto nei diversi locali di improbabile “cibo da strada” di un centro storico che mese dopo mese perde il suo calore e la sua anima.
Omogenizzazione e perdita della nostra originarietà. Questa è la sintesi del processo in corso.
E i lavoratori della cultura? Se in un nostro precedente articolo, sempre sul tema, abbiamo citato lo stato d’agitazione dei lavoratori della Galleria d’Arte Moderna di Palermo piuttosto che del personale addetto alla custodia nei siti archeologici e museali di gestione della Regione Sicilia oggi è il turno (che ogni giorno è il turno di qualcuno) di quei 30, tra cui alcuni orchestrali, aderenti alla Fials (Federazione Italiana autonoma lavoratori dello spettacolo) e Cisal (Confederazione italiana sindacati autonomi lavoratori) che il 23 gennaio scorso hanno incrociato le braccia per mezz’ora in occasione dell’inaugurazione della stagione lirica al Massimo ritardando l’inizio del “Guillaume Tell” di Gioacchino Rossini. Hanno lamentato “insufficienti risorse pubbliche e pressoché inesistenti risorse private che continuano a penalizzare una pianta organica formata da personale sempre meno numeroso e sempre più precario”. Presente in platea, peraltro, il ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti.
Alla luce di questa breve ma indicativa disamina pare chiaro quale sia la linea di tendenza perseguita dalle istituzioni e quel che resterà a Palermo dopo il suo anno da Capitale della Cultura non sarà altro che l’estensione di ciò che già le stanno dando. E vien da dire, “grazie, ma va bene così”.
E facendo un po’ il verso a quella frase tutt’oggi anonima che campeggia sul frontone del bel teatro Massimo, diciamo con certezza che “le passerelle non ingannano più i popoli anzi si rivelano nell’essenza”. Caliamo, così, il sipario su questa giornata sicuri che, se da una parte altre ne seguiranno, dall’altra non mancheranno gli stigmatizzati e orgogliosi “nemici ra cuntintizza” pronti a far notare che un tappeto rosso, per quanto lungo sia, non potrà bastare a nascondere quelle centinaia di giovani che ogni anno lasciano l’isola, che un franchising milanese qualunque non potrà mai sostituire la friggitoria storica all’angolo, che non bastano quattro aiuole fiorite a far dimenticare la fame.

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